Data accensione termosifoni e caldaie Roma.

Roma è inserita nella fascia climatica D. La durata di accensione degli impianti termici non deve superare a Roma, le 12 ore giornaliere nell'arco di tempo che va dalle ore 5.00 alle ore 23.00, nel periodo dal 1 novembre al 15 aprile.
Eccezioni: Possono derogare a tale norma gli impianti a pannelli radianti e quelli provvisti di apparecchiature di termoregolazione, con possibilità di programmare la temperatura su due livelli (diurno per un massimo di 12 ore, per un massimo di 20° C, notturno per le ore rimanenti e per un massimo di 16° C).

Un condòmino rifiuta di consentire la contabilizzazione nel proprio appartamento.
Il caso:

l’assemblea ha deliberato di passare al sistema di contabilizzazione del calore al fine di conseguire un risparmio energetico. In sede di attuazione della delibera, vincolante per tutti (favorevoli e dissenzienti, astenuti e assenti), un singolo condòmino, ritenendo di portare avanti una propria personale battaglia contro la delibera rifiuta di far entrare in casa il personale tecnico incaricato dell’installazione.

Soluzioni dell’amministratore:
1) La soluzione contenziosa.
La delibera condominiale, come è noto, è esecutiva per legge (art.1137 cod.civ) e vincola al suo rispetto e adempimento tutti i condòmini, anche quelli che hanno manifestato voto contrario.
In forza degli obblighi stabiliti a carico dell’amministratore, spetta a quest’ultimo provvedere all’attuazione delle delibere e far rispettare il Regolamento di condominio (art.1130 cod.civ.).
In tal caso, ove la questione non si risolva bonariamente, l’amministratore ha la possibilità di agire giudizialmente in via di urgenza per ottenere dal Giudice un provvedimento che gli consenta di accedere alla proprietà esclusiva.
La norma sostanziale che l’amministratore può invocare è quella dell’art.843 cod.civ.: "Il proprietario deve permettere l’accesso e il passaggio nel suo fondo, sempre che ne venga riconosciuta la necessità, al fine di costruire o riparare un muro o altra opera propria del vicino oppure comune"
Il mezzo processuale utilizzabile in tali casi è quello della tutela cautelare di urgenza ex art.700 cpc.

Tale soluzione rispetta i due fondamentali requisiti dell’azione cautelare, ossia il fumus boni iuris , consistente nella esecutività e vincolatività della delibera e il periculum in mora, ossia il pericolo di un serio ed irreparabile pregiudizio al godimento del servizio di riscaldamento e dell’impianto modificato con la contabilizzazione ed inoltre il pregiudizio anche economico che i condòmini subirebbero dal rifiuto del singolo

Per quanto attiene alla legittimazione dell’amministratore del condominio, che non richiede la necessità di ricorrere alla preventiva autorizzazione assembleare, essa è assicurata sotto tre aspetti:
1) la necessità di dare attuazione alla delibera che decide l’esecuzione dei lavori, 2) di curare l’osservanza del regolamento, di compiere gli atti conservativi dei diritti sulle parti comuni, che il rifiuto del condomino potrebbe compromettere; non ultimo 3) l’esigenza di adempiere agli impegni relativi al contratto di appalto.

2) La soluzione non contenziosa.
In alternativa è anche possibile e legittimo che l’amministratore (meglio, l’assemblea) attribuisca al condòmino renitente l’intero consumo che risulta per differenza rispetto a quanto contabilizzato, come se avesse le valvole completamente aperte.

In tale senso soccorre la sentenza del Tribunale di Roma n.9477/2010 G.U. D.ssa Dedato, che riguarda proprio la fattispecie di approvazione del passaggio ad un sistema di contabilizzazione del calore e di conseguente ripartizione delle spese.
Il condòmino aveva impugnato la delibera dell’assemblea che aveva stabilito di applicargli l’intera quota secondo il massimo della potenza calorica ed aveva altresì impugnato il preventivo e il consuntivo di riscaldamento.

Stabilisce la sentenza che "non può ritenersi arbitraria la decisione di attribuire la massima potenza calorica ai radiatori che sono sprovvisti di contabilizzatori del calore, in quanto, non essendo provvisti i radiatori di valvole di chiusura […], appare ragionevole ritenere che il consumo sia pari alla massima potenza calorica del radiatore."

 

Il condòmino che impugna la delibera sulla nuova ripartizione delle spese.
Il caso:
Un condòmino, indipendentemente dall’opposizione alla contabilizzazione del calore, pretende il rispetto dei criteri di ripartizione dettati dal Regolamento condominiale contrattuale e in particolare dalla tabella millesimale di riscaldamento allegata.

Nella sostanza il condòmino sostiene l’illegittimità della delibera assunta ex art.26 co.5 L.10/91 in quanto violerebbe le norme in tema di maggioranze e i criteri di ripartizione delle spese di riscaldamento.
Innanzitutto occorre ricordare che l’art.26 co.5 stabilisce che: "Per le innovazioni relative all’adozione di sistemi di termoregolazione e di contabilizzazione del calore e per il conseguente riparto degli oneri di riscaldamento in base al consumo effettivamente registrato, l’assemblea di condominio decide a maggioranza, in deroga agli articoli 1120 e 1136 del codice civile".
Vi è dunque un primo dato testuale, che autorizza i condòmini a disporre con la maggioranza agevolata della norma tutte le innovazioni necessarie per il conseguimento del fine di risparmio energetico, anche sotto il profilo della ripartizione delle spese in base al consumo effettivamente registrato.

In giurisprudenza, ancora una volta è di aiuto la Sentenza del Tribunale di Roma n.9477/2010 che sul punto statuisce: "Le disposizioni di cui alla legge n.10 del 1991, recante norme in tema di uso razionale dell’energia e per il risparmio energetico, per il loro carattere pubblicistico prevalgono sulla disciplina privatistica, donde l’autonomia negoziale dei privati risulta limitata. Ne consegue che, sebbene il regolamento contrattuale preveda il riparto delle spese di gestione su base millesimale, non è necessaria l’unanimità dei consensi per decidere di innovare l’impianto con la creazione di un sistema di contabilizzazione, né tanto meno la maggioranza qualificata di cui all’art.1136 co.5 cod.civ., essendo sufficiente la maggioranza semplice.

Dunque il Tribunale di Roma propende per la sostituzione delle norme di legge alle norme del regolamento condominiale contrattuale e ai criteri millesimali precedentemente adottati.
Il principio del resto è noto già nel Codice Civile, che all’art.1418 cod.civ. prevede che le norme di un contratto possano essere nulle perché contrastanti con norme imperative.
Le norme in materia di risparmio energetico sono certamente norme imperative sia perché ispirate a criteri volti al raggiungimento di superiori interessi collettivi di benessere sociale costituzionalmente protetti sia perché ispirate alla normativa europea che in forza dell’art.11 Cost. entra nel nostro ordinamento e ne informa le scelte del legislatore.

Dunque, ancorchè il regolamento condominiale sia contrattuale, ovvero frutto dell’accordo originario delle parti, esso viene sopravanzato da norme portatrici di un superiore interesse pubblico al contenimento dei consumi e all’utilizzo razionale dell’energia.

 

Il condòmino che rifiuta l’installazione essendo già distaccato.
In tale caso particolare il rifiuto appare in linea di massima legittimo e tecnicamente giustificato.
Il singolo condòmino è infatti distaccato già da tempo (supponendo che sia stato autorizzato) e non fruisce dell’impianto termico centralizzato, bensì di un proprio sistema autonomo.
Poiché i misuratori non potrebbero svolgere la loro funzione sull’impianto singolo non ha alcuna utilità installarli.
Il problema è quello dei rapporti fra il distacco già avvenuto e la nuova contabilizzazione del calore, ossia del criterio di calcolo del dovuto da parte del distaccato.

Pur in completa mancanza di criteri di legge, appare preferibile considerare il consumo attribuibile alla singola unità distaccata in relazione allo squilibrio termico ed all’aggravio di spesa, ove esistenti, che arreca al condominio servito dall’impianto termico centralizzato indipendentemente dalla circostanza che il servizio di riscaldamento sia stato contabilizzato o meno.

 

Il condòmino che si vuole distaccare dopo la contabilizzazione.
In tal caso la pretesa si scontra con il rispetto dei fini di contenimento energetico di cui all’art.26 co.2.
Colui che pretende di staccarsi dall’impianto centralizzato dovrà pertanto soggiacere a quanto stabilito dalla legge, producendo attestato di diagnosi energetica e sottoponendo la propria richiesta alla valutazione dell’assemblea ex art.26 co.2 L.10/91.
Non va dimenticato comunque il disposto dell’art.
4 co.10 DPR 59/09 che impone nei casi di ristrutturazione (e sappiamo quale è la definizione di "ristrutturazione" di cui all’all.A L.311/2006) il passaggio alla contabilizzazione del calore, relegando il distacco ai soli casi eccezionali di forza maggiore.

 

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